Idee per un nuovo PD – documento di Maurizio Martina a sostegno di Matteo Renzi segretario

Il Partito Democratico ha bisogno di una stagione nuova che porti al pieno compimento del nostro progetto. I democratici ci sono e hanno superato la fusione a freddo da cui sono partiti. La nostra esperienza si è radicata nel vissuto e nel sentimento di centinaia di migliaia di attivisti come esperienza collettiva, ma siamo consapevoli che fare un partito oggi è una sfida che richiede molta cura, attenzione, passione, impegno. Siamo l’unico soggetto popolare alternativo al populismo e con un progetto chiaro per l’Italia, dobbiamo essere all’altezza di questa sfida necessaria per il Paese. Quanto fatto fino ad oggi non basta. Sta a noi rivendicare i pregi ma anche riconoscere limiti, errori e insufficienze per camminare oltre, con il coraggio, la cura e l’audacia con cui si guarda il proprio figlio che si avventura nel mondo. Con una certezza: non c’è sinistra senza il Partito Democratico.
Si tratta ora di saper immaginare e praticare un partito nuovo, declinandolo con forme innovative tanto nel campo delle forme quanto in quello dei contenuti. Si tratta di legare sempre meglio questo sforzo al paese reale: ascoltando i bisogni che emergono e stimolando le potenzialità inespresse.
L’impegno di governo a cui stiamo assolvendo in questi anni va rivendicato per le novità positive che ha generato imparando anche dai limiti che ha avuto. Nelle fragili condizioni determinate dal voto del 2013, con una maggioranza anomala, l’azione di riforme che si è dispiegata in questa fase di governo non è stata certo ordinaria amministrazione.
La storica legge sulle unioni civili, quella contro il caporalato, quella sugli ecoreati, quella contro il falso in bilancio, quella per vietare i licenziamenti in bianco segnano tappe concrete di avanzamento dei diritti e della legalità che noi vogliamo ribadire.

Le riforme sociali e del lavoro intraprese, dall’estensione dei diritti nel mondo del lavoro alla legge sul terzo settore, agli investimenti ingenti nella scuola, hanno aperto finalmente nuove vie utili che ora vanno irrobustite e migliorate con altre azioni a sostegno.

Il nostro vuole essere un contributo corale, insieme programmatico, politico e organizzativo per provare a interpretare un bisogno diffuso.

  • dall’io al noi: per un partito comunità.
    Oggi il partito è spesso assente. Assente nella sua organizzazione e nella sua funzione. Vive a macchia di leopardo nei territori. E’ vittima di una crisi di senso che attraversa le diverse gestioni già da molto tempo.
    Da un lato sin dalla nascita il PD non ha affrontato e sciolto il nodo della sua natura tra i diversi possibili modelli. Dall’altro non è riuscito a dedicare energie alla sua innovazione e al suo funzionamento. Noi vogliamo rilanciare con forza l’idea di un partito comunità di iscritti e di elettori. Con organismi dirigenti ad ogni livello più snelli e più autorevoli che funzionino in modo stabile. Con luoghi di discussione e confronto sempre aperti. Con un forte investimento sui gruppi dirigenti e sulla formazione avanzata e continua. Con strumenti di partecipazione attiva alle scelte in grado di essere proposti agli iscritti e agli elettori in modo stabile, anche grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie. Radicamento territoriale e utilizzo delle tecnologie non sono alternativi ma possono integrarsi più di quanto fatto sino ad provando ad essere il primo partito che sperimenta forme di democrazia deliberativa reali che non si riducano ad un clic.
    Un ruolo importante in questo processo lo deve svolgere l’organizzazione giovanile, i giovani democratici, su cui occorre investire di più perché sempre di più siano uno spazio autonomo di incontro e di ponte verso le nuove generazioni.
    Dobbiamo costruire un soggetto autenticamente popolare, alternativo al populismo.

  • innovazione sociale: fare società per proteggere e promuovere.
    Vogliamo un’agenda sociale del PD. Inclusione, lotta alla povertà, giustizia sociale come rimozione delle disuguaglianze sono elementi comuni a un modello di società che vede lo sviluppo civile, culturale, sociale e quello economico come tasselli di un unico mosaico, e un’idea di libertà come liberazione.
    Approfondire questa visione, declinarla tanto nel campo del lavoro che in quello del welfare, tanto in quello educativo e culturale che in quello sociale significa mettere in discussione anche la tradizionale dicotomia tra pubblico e privato. L’innovazione sociale e le tante forme di ibridazione tra pubblico e privato che si vanno sperimentando nei territori richiedono strumenti aggiornati. Occorre andare oltre la logica dei bandi, trovare soluzioni innovative, anche finanziarie, in grado di riconoscere e dare valore alle tante reti sociali, a chi sperimenta servizi innovativi o risponde a bisogni solo parzialmente coperti dall’offerta pubblica. La nuova normativa sul terzo settore individua uno spazio nuovo di protagonismo sociale da accompagnare con investimenti adeguati e politiche pubbliche volte a fare del welfare un grande campo di innovazione e sviluppo.
    Per garantire ed estendere il sistema universalistico occorre sviluppare meccanismi di compartecipazione modulari rispetto al reddito, così che chi può aiuti chi ha meno.
    Il punto di partenza sono i più giovani nell’ambito di un nuovo e forte patto intergenerazionale.
    Abbiamo iniziato un cammino che assume la flessibilità come regola e combatte la precarietà. Per farlo occorre un modello di protezione che sia attivo e non solo passivo. Significa sancire alcuni diritti di cittadinanza che non derivano dalla condizione lavorativa e non dipendono dalla fortuita collocazione in questo o quel territorio, come il diritto ad una pensione dignitosa, ad una dote di capitale da spendere nella formazione dei giovani, ad un assegno per i figli per sostenere la responsabilità genitoriale, ad un reddito di inclusione attiva per chi vive in condizioni di povertà.
  • innovazione istituzionale: fare democrazia
    Le due sfide che si tengono per il futuro dell’Italia sono la riduzione della spesa e il suo efficientamento e la semplificazione dei processi burocratici e dei livelli decisionali.
    Dopo la mancata riforma costituzionale non si può rinunciare ad un aggiornamento dei livelli istituzionali e a una ridefinizione delle competenze.
    Ridurre il numero delle Regioni, spingere sui processi di aggregazione e fusione dei Comuni, ridefinire ruoli, funzioni e relative risorse delle Province e delle Città Metropolitane, rafforzare gli organismi intermedi di scopo, ripensare il sistema degli enti locali secondo un principio di competenza e responsabilità è indispensabile per il buon funzionamento dello Stato.
    È una sfida irrinunciabile, ma possibile solo in una nuova fase politica che non archivi definitivamente l’esigenza riformatrice e per questo non rinunci ad un equilibrio tra rappresentanza e governabilità.
    È in questo quadro che va inserita la discussione sulla legge elettorale, non sul calcolo dei vantaggi e degli svantaggi delle singole forze politiche ma sulla funzionalità per il Paese. Per questo occorre che la nuova legge contenga tutta la spinta possibile verso la salvaguardia di una dimensione maggioritaria utile a sostenere la democrazia dell’alternanza contro logiche consociative.
  • un’economia che riparte dallo sviluppo sostenibile
    Il rapporto uomo natura è stato la chiave dei grandi pensieri del Novecento e anche il nodo su cui si sono prodotte le più forti innovazioni in campo tecnologico.
    Il cambiamento del mondo del lavoro può essere una nuova opportunità per riplasmare l’economia utilizzando i modello di sostenibilità che, già vedere, porta nuova linfa occupazionale e di innovazione. Il passaggio in atto in alcune grandi parti del pianeta dall’economia degli oggetti all’economia della cura, delle informazioni, dei servizi è uno dei nodi da affrontare tenendone insieme i punti di forza e le problematicità, si tratta di un mutamento di paradigma che deve essere legato a doppio filo con il passaggio da un modello economico lineare ad uno di economia circolare.
    L’Italia per le sue specificità territoriali, sociali, storiche può interpretare e in realtà già interpreta meglio di altri paesi questa trasformazione. Esistono casi di successo in campo aziendale, istituzionale, territoriale, dai quali partire per strutturare una dimensione nazionale e un progetto di politica economica che valorizzi territori, saperi e competenze mettendoli a sistema e che finalmente non dia più alcuno spazio a quel sentire ancora troppo diffuso di un contrasto tra sviluppo economico e qualità ambientale.
    Il cambiamento di approccio in essere che investe i settori dell’agroalimentare, del manifatturiero, della produzione di energia, del ciclo dei rifiuti, rappresenta insieme un modello di sviluppo umano e un settore di sviluppo economico cui il PD deve dare sempre più centralità. Un’economia che riparte dallo sviluppo sostenibile che vede anche nell’investimento nell’istruzione e nella cultura due chiavi essenziali per far crescere il Paese.
  • sovranità europea per rispondere ai bisogni dei cittadini
    La crisi di credibilità dell’Europa deriva dalla incompletezza del processo unitario. È esattamente il contrario di quanto raccontano le destre in ogni paese. Gli egoismi nazionali hanno bloccato il processo e lasciato l’Europa alla mera condizione di un soggetto economico finanziario freddo, che seppur ha determinato un ombrello protettivo importante durante la crisi mondiale ha mostrato tutti i suoi limiti, le sue rigidità, la sua incapacità di distinguere le spese dagli investimenti.
    Noi non crediamo che una chiusura su sé stessi, oltre che essere ingiusta, possa funzionare. Servono regole europee per i diritti del lavoro, serve un’armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, a partire da un reddito minimo di inserimento europeo, serve una politica comune di investimenti e di sviluppo.
    Ma per poterlo realizzare servono soggetti politici europei con una visione comune. L’approdo del PD nel Partito del Socialismo Europeo, tutt’altro che scontato, è stato un risultato importante. È la precondizione per un lavoro politico profondo sulla nuova fase europea.
    Il compito storico del PD è avviare finalmente un processo politico europeo per fare della crisi comune a tutti i grandi partiti della famiglia socialista l’occasione di una nuova stagione politica, nella direzione degli stati uniti d’Europa, consapevoli che in Italia come in Europa la sinistra può tornare a vincere se unisce valori ideali ed innovazione, radicamento popolare e cambiamento.

Noi crediamo profondamente nel PD. Abbiamo contribuito da subito a dar vita a questo progetto che rendesse la sinistra protagonista anche nel nuovo millennio e non permetteremo che qualcuno riavvolga il nastro della storia. Crediamo in un partito plurale, in grado di lavorare con spirito unitario e capace di interpretare al meglio tempi e modi della politica moderna.

Siamo consapevoli del passaggio delicato che stiamo attraversando e del tentativo di molti di indebolire il PD. Proprio per questo ci siamo. Perché insieme siamo tutti più forti. Perché

insieme sarà più forte il PD. Perché un PD più forte e solido potrà affrontare meglio le sfide che ha di fronte l’Italia.

Con queste idee e per queste ragioni sosteniamo la candidatura di Matteo Renzi come leader di una comunità in cammino, nell’orizzonte del tutto inedito aperto con il coinvolgimento di Maurizio Martina in una leadership plurale, in cui differenti competenze e biografie personali e politiche si incontrano in una sintesi superiore.

Un orizzonte e un progetto per l’Italia in cui ci riconosciamo.